(Jennypranz)
Ci sono notizie che non arrivano mai davvero all’improvviso. Si posano, lente, come polvere su una stanza già piena di ricordi. La morte di Gino Paoli è una di queste. Non è solo la scomparsa di un artista: è la chiusura di una stagione dell’anima, di una lingua emotiva che oggi si fatica perfino a comprendere, figuriamoci a replicare. Paoli non scriveva canzoni. Le abitava. Le attraversava come si attraversano le notti difficili, senza scorciatoie. E noi, senza accorgercene, siamo cresciuti dentro quelle stanze. Ci sono brani che non si ascoltano vivono. Per me, tra tutti, restano incisi come cicatrici luminose Averti addosso, Una lunga storia d’amore, Ti lascio una canzone. Non sono semplici melodie fotografie di momenti che credevi tuoi, e poi scopri che qualcuno aveva già raccontato, con parole migliori delle tue. “Averti addosso” è il peso dolce e crudele della presenza, quella che consola e allo stesso tempo imprigiona. “Una lunga storia d’amore” è l’illusione più vera che abbiamo mai creduto possibile. “Ti lascio una canzone” è forse il gesto più umano di tutti, anche quando si va via. E allora capisci che Paoli non scriveva per il pubblico. Scriveva per un “tu” preciso, anche quando quel “tu” diventavamo tutti noi.>“Il cielo in una stanza non è più solo una canzone, è un luogo dove abbiamo imparato ad amare. ”Era la scuola dei cantautori genovesi, quella fatta di mare dentro e silenzi fuori. Una scuola che non insegnava a cantare, ma a sentire. Oggi, con lui, si chiude definitivamente un’epoca. Un tempo che ha avuto tra i suoi protagonisti giganti capaci di trasformare la fragilità in arte. E se oggi cerchiamo un ultimo baluardo, uno di quelli che ancora portano addosso quella grammatica dell’anima, lo troviamo in Ivano Fossati. Ma è evidente è più una corrente, non è più un movimento. È una memoria. Paoli aveva il coraggio raro della semplicità. Scriveva come si parla quando si smette di difendersi. E forse è proprio questo che oggi manca disarmo.>“Le canzoni vere non finiscono solo chi le ascolta.” Con la sua morte non perdiamo solo una voce. Perdiamo un modo di stare al mondo. Un modo lento, profondo, imperfetto. Umano. E mentre il tempo, come sempre, continuerà a correre, le sue canzoni resteranno lì, ferme, ad aspettarci. Pronto a ricordarci chi siamo stati. E forse, chi non saremo più. Perché certi artisti non muoiono davvero. Smettono soltanto di scrivere il futuro e iniziano a custodire il passato. E noi, in silenzio, continuiamo ad ascoltarli.
Ciao Gino.
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