Esistono uomini che non appartengono interamente alla loro epoca, pensatori che vedono oltre, che intravedono il destino dell’umanità come un disegno già tracciato nel mistero dell’esistenza. Gustavo Adolfo Rol era uno di questi. La sua visione del mondo non era solo filosofica, ma profondamente spirituale, e il brano che riportiamo oggi è un manifesto di inquietudine e speranza.
Scritto in una lettera indirizzata al fratello Carlo, questo passo ha il sapore di una profezia, un ammonimento per un'umanità che rincorre il progresso tecnologico senza interrogarsi sulla propria vera natura.
L’Illusione del progresso materiale
Rol osserva con lucida preveggenza la traiettoria del mondo moderno:
"Potremo, con telescopi sempre più possenti, frugare tra le stelle e scoprire nuovi mondi - potremo anche raggiungere questi mondi e sul ponte che avremo gettato fra l’atomo e la stella spingere il nostro delirio di cercatori di mete sempre più assurde..."
Qui Rol denuncia l’ossessione umana per il progresso materiale, la nostra continua corsa verso il dominio della materia. Ci spingiamo sempre più lontano, tra microscopio e telescopio, tra atomo e universo, credendo che la conoscenza del cosmo possa colmare il vuoto interiore.
Ma a che serve esplorare le galassie se non conosciamo noi stessi? Se non abbiamo risolto il mistero della nostra esistenza?
La ricerca dell’Immortalità: Un’Illusione?
"Una volta era la pietra filosofale, oggi si tratta addirittura del prolungamento della vita fisica. Diamo anche all’uomo di vivere con certezza un secolo, anche mille anni... e poi? Ci troveremo sempre al punto di partenza."
Rol smaschera l’illusione più grande dell’umanità: la paura della morte. Da sempre cerchiamo di allungare la vita, di renderla eterna, senza capire che il vero problema non è quanto viviamo, ma come viviamo. Anche se l’uomo potesse vivere mille anni, resterebbe comunque incompleto, inquieto, smarrito. Perché il senso dell’esistenza non è nel tempo, ma nella consapevolezza.
La distanza (e la vicinanza) con Dio
"Ostinati come siamo a non volere riconoscere la distanza che ci separa da Dio e che nello stesso tempo ci unisce a Dio (il primo e l’ultimo gradino si trovano sulla stessa linea), viviamo in un’ignoranza colpevole..."
Questa è forse la frase più potente di tutto il brano. Rol parla della nostra ignoranza colpevole, della nostra incapacità di riconoscere che siamo parte di qualcosa di più grande. Siamo lontani da Dio, eppure intimamente legati a Lui. Siamo come bambini che rifiutano di vedere la mano che li guida, ostinandoci a credere che tutto sia casuale, che la nostra esistenza sia un accidente biologico.
Ma se il primo e l’ultimo gradino si trovano sulla stessa linea, significa che il nostro viaggio è un ritorno, una riscoperta della nostra vera essenza.
La catastrofe necessaria e gli “Stati Uniti del Mondo”
"Tanto peggio per noi, se ad ogni istante una guerra ci chiama a lavare nel sangue le macchie della nostra coscienza."
Rol era consapevole che l’umanità impara solo attraverso il dolore. Non siamo in grado di evolverci spontaneamente: abbiamo bisogno di crisi, di catastrofi, di sofferenza. Ecco perché egli scrive parole che suonano come una profezia:
"Qualche cosa di tremendo succederà a spingere gli uomini a formare gli Stati Uniti del Mondo e non è improbabile che questa volta la spinta verrà dall’infuori del mondo stesso... poiché soltanto sotto la sferza della necessità l’uomo rinsavisce."
Rol immagina un futuro in cui l’umanità sarà costretta a unirsi in una sola nazione globale. Ma ciò non avverrà per un atto di saggezza, bensì per necessità, sotto la pressione di un evento sconvolgente. E qui lascia intendere qualcosa di straordinario: la possibilità che la spinta verso l’unità non venga dalla Terra, ma da fuori.
Questa frase apre a molte interpretazioni: Rol sta parlando di un evento cosmico? Di una minaccia esterna? Di una rivelazione spirituale globale?
Queste parole, scritte decenni fa, risuonano oggi con una forza impressionante. Viviamo in un’epoca in cui il progresso scientifico avanza più veloce della nostra capacità di comprenderlo. Cerchiamo di controllare la natura, di sfidare la morte, di colonizzare lo spazio, ma siamo più lontani che mai dalla comprensione del nostro vero essere.
Rol ci invita a guardare oltre, a capire che il vero viaggio non è tra le stelle, ma dentro di noi. E ci avverte: se non lo faremo spontaneamente, sarà la vita stessa a costringerci con la sua durezza.
Forse il tempo della “sferza della necessità” è più vicino di quanto immaginiamo.
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