Il cuore nel ghiaccio

 


(Jennypranz)


La tragedia che ha coinvolto il bambino di due anni ricoverato presso l’Ospedale Monaldi scuote nel profondo non solo l'opinione pubblica, la comunità sanitaria, ma ogni coscienza sensibile. Di fronte a un evento così drammatico, il primo pensiero non può che rivolgersi alla famiglia e al piccolo, travolti da una prova che appare inspiegabile nella sua crudezza. A loro va la mia vicinanza più sincera, umana prima ancora che civile, accompagnata dall’auspicio che la giustizia possa chiarire ogni responsabilità e che, soprattutto, si possa ancora aprire uno spiraglio di speranza: magari l’attesa di un nuovo cuore, un nuovo inizio, un epilogo capace di restituire luce dove oggi sembra dominare l’ombra.

La medicina moderna è fatta di scienza, esperienza, dedizione e, inevitabilmente, di rischio. È una frontiera in cui si combatte ogni giorno contro il limite biologico e contro l’imprevedibilità della vita stessa. Quando accade una tragedia, il dolore si amplifica e la ricerca delle responsabilità diventa un dovere imprescindibile. Tuttavia, ciò che colpisce con amarezza è la rapidità con cui, soprattutto nei circuiti mediatici e nei social, si attiva una spirale di odio e di giudizio sommario verso strutture ospedaliere e personale sanitario.

L’Azienda Ospedaliera dei Colli rappresenta, nel panorama sanitario nazionale, una realtà che negli anni ha dimostrato competenza, professionalità e capacità di affrontare emergenze sanitarie di portata storica. È sufficiente ricordare il ruolo svolto durante la pandemia, quando quelle stesse corsie sono diventate baluardi contro un nemico invisibile, restituendo speranza e vita a migliaia di persone. Trasformare oggi quell’immagine di avanguardia e sacrificio in un bersaglio di accuse generalizzate rischia di generare una narrazione distorta e pericolosa.

La verità è che la sanità vive anche di storie silenziose. Ogni giorno medici, infermieri e operatori sanitari compiono gesti straordinari che raramente diventano notizia: pazienti salvati, sofferenze alleviate, famiglie restituite alla serenità. Sono successi che non trovano spazio nei titoli sensazionalistici, ma che costituiscono l’essenza autentica della medicina.

Questo non significa negare la gravità di quanto accaduto né sottrarsi alla necessità di accertare eventuali errori. Significa, piuttosto, preservare il senso di equilibrio e di responsabilità collettiva, evitando che la comprensibile indignazione si trasformi in una condanna indiscriminata. La fiducia nel sistema sanitario è un patrimonio fragile, costruito nel tempo grazie al lavoro di migliaia di professionisti che operano spesso lontano dai riflettori.

Oggi, più che cercare colpevoli attraverso processi mediatici, è tempo di stringersi attorno a una famiglia che vive un dolore inimmaginabile. È tempo di sostenere chi continua a lavorare con dedizione nelle corsie ospedaliere, affrontando ogni giorno il peso morale di decisioni complesse e responsabilità immense.

Nel dramma, resta la speranza. La speranza che la scienza e la solidarietà possano ancora offrire una possibilità al piccolo paziente. La speranza che la verità emerga con chiarezza e giustizia. E la speranza che questa vicenda, pur nella sua tragicità, possa diventare occasione di riflessione e crescita per l’intero sistema sanitario.

Perché la medicina e l'assistenza, prima di essere tecnica, sono umanità. E l’umanità, anche quando vacilla, non deve mai smettere di cercare la luce.

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