(Jennypranz)
A un certo punto, e non sappiamo nemmeno quando, smettiamo di camminare come visitatori e iniziamo a muoverci piano… quasi in punta di piedi, come se non volessimo disturbare. “Eh… mo state capenno.” La voce del principe Gaetano Filangieri torna, leggera, non invade, accompagna. E ci ritroviamo davanti ai libri. Non semplici libri… ma un mondo. La biblioteca del Museo Filangieri è una di quelle stanze dove il silenzio non è vuoto: è pieno di pensieri, antichi, profondi, ancora vivi. Ci avviciniamo, guardiamo i dorsi, le pagine consumate dal tempo… e ci viene quasi istintivo abbassare la voce, come se qualcuno stesse ancora studiando lì dentro. “Principe… ma questi li avete letti tutti?” E lui, quasi divertito: “Nun serv’ leggerli tutti… basta capì che ogni libro è ‘na porta.” E allora iniziamo a sentirlo davvero: non è un museo che conserva oggetti… è un luogo che conserva possibilità. Poi arrivano i dipinti, e qui succede un’altra magia. Ci avviciniamo a un volto, uno di quei ritratti che sembrano usciti da un altro secolo… e all’improvviso abbiamo la sensazione che stia per dirci qualcosa. Non lo fa, ma noi capiamo lo stesso. Un’emozione strana, quasi tenera, ci prende allo stomaco, perché quei volti non sono lontani, sono stati vivi, hanno amato, hanno sofferto, come noi. “Vedi?” sembra dirci il Principe, “‘A distanza è solo ‘na bugia… simme tutt’ ‘a stessa storia.” E annuiamo, senza accorgercene. E proprio mentre stiamo per uscire, lui ci ferma un attimo, come fanno i maestri quando devono dirti una cosa importante davvero. “Ma vuje ‘o ssaje che casa è chesta?” Ci guardiamo intorno, sì, lo sappiamo… o almeno crediamo di saperlo. È il Palazzo Como. E invece no, non lo sappiamo davvero. Perché questo palazzo, questo cuore che abbiamo appena attraversato, è stato smontato, pietra dopo pietra, numero dopo numero. Durante il cosiddetto “Risanamento” di Napoli, quando la città cambiava pelle e rischiava di perdere pezzi di sé, il Palazzo Como era un ostacolo, doveva sparire. E invece qualcuno disse no. Così lo fecero a pezzi… ma per salvarlo. Lo smontarono interamente e lo ricostruirono qualche metro più indietro, identico, come se Napoli stessa avesse deciso: “Questo no. Questo resta.” E in quel momento capiamo tutto. Capiamo perché qui dentro si respira qualcosa di diverso, perché non è solo un museo salvato… è un museo che ha resistito. “Mo sì ca ‘o putite capì…” sussurra il Principe, “‘A bellezza vera nun se sposta… se difende.” E allora torniamo verso l’uscita, ma con un peso leggero dentro, un peso fatto di storia, di scelte, di amore per ciò che vale davvero. Ci giriamo un’ultima volta. “Principe… grazie.” E stavolta lo sentiamo chiaro: “Portatevela ‘a fora, ‘sta bellezza. Nun ‘a lassate cca dint’.” Usciamo. Napoli è sempre la stessa: viva, rumorosa, imperfetta. Ma noi no. Noi abbiamo qualcosa in più. Abbiamo capito che la bellezza non è solo da guardare. È da difendere. E forse, senza nemmeno accorgercene, da raccontare.
P.S.: Gaetano Filangieri con i suoi scritti ha ispirato Benjamin Franklin per la stesura della costituzione.
#follower #tutti

