SAL DA VINCI VINCE SANREMO
PRIMA VOLTA DI UNA CANZONE IN LINGUA NAPOLETANA.
ACCETTARE IL CAMBIAMENTO
(Jennypranz)
La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo non è soltanto un risultato artistico: è un segnale culturale. È una linea tracciata tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando.
Sia chiaro: il brano vincitore non è, probabilmente, un pezzo di alta fattura cantautorale nel senso più austero e letterario del termine. Non siamo davanti a un testo che scava con la penna visionaria di Fabrizio De André, né alla tensione poetica di Francesco De Gregori, né alla complessità evocativa di Roberto Vecchioni, né all’eclettismo teatrale di Renato Zero.
Eppure ed è qui il punto è un brano che arriva. Arriva alle persone. Senza filtri. Senza mediazioni intellettuali. Arriva al cuore prima ancora che alla critica.
E forse il nostro errore, il mio errore, è quello di misurare il presente con il metro del passato. Noi che siamo cresciuti con la stagione dei grandi cantautori degli anni ’70 e ’80 rischiamo di comportarci come i nostri genitori quando storcevano il naso davanti a quelle stesse canzoni che per noi erano rivoluzionarie.
Ricordiamo bene quando le generazioni precedenti guardavano con sospetto quel mondo nuovo fatto di parole meno impostate, di confessioni intime, di linguaggi più diretti. E prima ancora? Prima dei cantautori c’erano le voci impostate, le vocalità tenorili, i grandi interpreti come Claudio Villa, come Luciano Tajoli, come Giuseppe Di Stefano: artisti che rappresentavano un’estetica diversa, solenne, quasi sacrale.
Ogni epoca ha il suo codice. Ogni generazione il suo battito.
La musica cambia perché cambia il mondo. Cambiano le velocità, cambiano i linguaggi, cambia la soglia dell’attenzione, cambia il modo di raccontare l’amore, la fragilità, la rabbia. Non possiamo pretendere che tutto rimanga fermo nella stagione che più ci ha formati. Farlo significherebbe trasformare la nostalgia in giudizio.
La vittoria di Sal Da Vinci è anche la vittoria di Napoli e della sua lingua. È un ritorno simbolico di quella tradizione melodica che sa parlare alla gente senza vergognarsi dell’emozione. E io sono felice. Felice perché è un professionista serio, coerente, uno che ha fatto gavetta, che conosce il palco, che rispetta il pubblico. Nulla gli è stato regalato.
Forse dobbiamo dircelo con onestà: accettare il cambiamento non significa rinnegare ciò che amiamo. Significa riconoscere che la musica non è un museo, ma un organismo vivo.
Se abbiamo applaudito la rivoluzione dei cantautori, dobbiamo avere l’umiltà di comprendere le rivoluzioni di oggi.
Bravo Sal.
Sii orgoglio per Napoli.
Sii orgoglio per questa primavera napoletana che non smette di fiorire.
E a noi, a quelli che hanno amato De André, De Gregori, Zero, Vecchioni, il compito più difficile e più nobile: non diventare custodi rigidi del passato, ma ponti verso il futuro.
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